Esploratori del mondo

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Viaggio alla scoperta del centro educativo Chiocciola la casa del nomade di Pennabilli

Intervista a Roberto Sartor e Irene Valenti, a cura di Romina Alessandri

Ci tengo a dirvi che appena ho aperto il vostro sito ho capito immediatamente che siete una realtà educativa veramente particolare! Sono stata rapita dalla grafica stimolante, dai colori che avete usato e dai movimenti del testo… Complimenti! Già dal nome in realtà si capisce che è un centro educativo speciale: “Chiocciola la casa del nomade”.

Come nasce questo nome?

Il nome è di per sé una piccola storia. Una Chiocciola che fa di ogni luogo attraversato la propria casa. Poi, la casa del nomade, un ossimoro apparente ma che rappresenta in realtà un invito che facciamo a noi stessi e agli altri ad essere ospitali verso la diversità che si avvicina e di esplorare il mondo con la voglia di vederne la complessità, disponibili dunque ad allargare le visioni e le interpretazioni.
E poi… Perché ci piace giocare con le parole, usarle per evocare immagini o significati che ognuno può interpretare.
La parola è il primo strumento di libertà. E chiedere a chi legge questo strano nome qualche secondo per pensarci è già una prima proposta di gioco o di riflessione creativa.

Proponete diversi progetti educativi basati sull’interazione di bambini e ragazzi con il paesaggio, inteso come fonte e luogo di apprendimento. Cosa fate in pratica?

Esploriamo montagne, fiumi, calanchi, rocce, boschi, borghi abbandonati e abitati e proviamo ad utilizzare queste esperienze come strumenti di confronto e riflessione sul nostro essere abitanti consapevoli. In pratica, nella realtà di tutti i giorni questo significa gestire un reticolo di progetti e azioni che si intrecciano tra loro, che coinvolgono diverse persone e che chiedono attività di co-progettazione, networking, formazione, relazioni umane, rapporti con Enti e Istituzioni. Collaboriamo con alcune realtà locali come il Parco del Sasso Simone e Simoncello per il quale curiamo la comunicazione e il programma di iniziative che vanno dalla didattica alla formazione, dalla facilitazione fino all’organizzazione di escursioni e altre occasioni di conoscenza dell’incredibile patrimonio culturale e naturale del Parco.

Abbiamo progetti attivi con Musei e Scuole per facilitare il loro rapporto con l’ambiente che li circonda, affinché sia uno strumento preferenziale per lo sviluppo delle competenze di bambini, ragazzi, insegnanti, famiglie, utenti. Sviluppiamo progetti con ragazzi basati sulla co-formazione e sulla condivisione di saperi (come ad esempio alcuni progetti europei Erasmus+ o l’iniziativa Habitat); ospitiamo artisti, educatori, designer, architetti e chiediamo loro di offrirci nuovi sguardi sui luoghi in cui abitiamo.

Collaboriamo con il “Giardino della biodiversità” di casa Fanchi, che ha fatto di uno spazio rurale un luogo di incontro e scambio intergenerazionale. Inoltre da 5 anni stiamo sperimentando attività di educazione in natura con alcuni gruppi di bambini e con le loro famiglie, ma di questo ti parliamo meglio dopo. Ci piace però far emergere una serie di dinamiche che stanno attorno a tutte queste progettualità.

Come sai Chiocciola la casa del nomade fa base a Pennabilli e per scelta ha deciso di investire e lavorare in un territorio di montagna, in una cosiddetta area interna, a partire dalla convinzione che questi luoghi abbiano un potenziale di risorse ambientali e culturali che non possono non trovare valore, soprattutto per sostenere possibilità di vita e di lavoro in loco. Si tratta dunque di leggerli, interpretarli, mettendo a sistema idee e pratiche, sviluppate grazie al continuo dialogo e confronto tra locale e globale, il qui e l’altrove. Oggi, attorno alla nostra realtà, diversi giovani sono venuti a vivere a Pennabilli e assieme progettiamo e condividiamo occasioni di lavoro ma soprattutto di socialità. Mettiamo insieme i contatti e aggiungiamo opportunità per noi stessi e per gli altri.

In questo modo non siamo solo un’associazione ma un esperimento di strutturazione di una realtà lavorativa che unisce professionisti (tra educatori, guide ambientali, agronomi, ricercatori, esperti in comunicazione ed organizzazione di eventi), che condividono perlopiù strumenti e crescono grazie ad una situazione relazionale e abitativa favorevole.

A partire da giugno 2015, avete preso l’incarico di gestire e valorizzare anche il Museo Naturalistico a Pennabilli, perché questa scelta?

Il Museo è uno spazio culturale, un luogo che ci permette di dare forma a idee, di ospitare iniziative e di entrare in contatto con realtà, reti e professionisti dell’ambito museale con i quali è davvero interessante confrontarsi. Ma più di tutto il Museo è uno strumento per creare un dialogo con la comunità di Pennabilli, con la sua scuola, con il Parco e l’Alta Valmarecchia. Ricordo che, nel 2015, la prima azione che abbiamo fatto è stata quella di invitare le persone del paese e di chiedere loro idee, desideri, risorse culturali da mettere in campo. Nel tempo abbiamo organizzato moltissime iniziative ma abbiamo capito anche che il vero patrimonio del nostro Museo sta fuori dalle mura dell’edificio e così, piano piano, le progettualità si sono rivolte sempre più verso l’esterno, in altri luoghi del Parco o attorno a Pennabilli. Il Museo è dunque uno spazio di partenza e oggi prova a sperimentare pratiche di attivazione culturale e partecipazione, riconoscendosi nelle recenti ridefinizioni del concetto di Museo ad opera di ICOM, l’international council of Museums che lo identifica come un’istituzione democratizzante, che opera in un “sistema di relazioni a servizio della società e del suo sviluppo sostenibile”. Ma come dicevo, il Museo ci ha permesso anche di attivare numerose progettualità con la scuola di Pennabilli e dunque di dare continuità ad azioni svolte con alunni e insegnanti, basate sulla relazione con il territorio. Il Museo è infatti riconosciuto come Centro di Educazione Ambientale e alla sostenibilità dalla regione Emilia Romagna e grazie alla rete RES di cui fa parte, riusciamo a portare progettualità condivise con tutti i CEAS della regione, costruite grazie a formazioni comuni e al supporto metodologico di esperti e università.

Ho notato che i vostri progetti hanno sempre dei nomi molto evocativi. Uno di questi si chiama Paesaggi Migranti. Come fa un paesaggio a migrare? Puoi parlarcene?

Paesaggi Migranti nasce proprio da una proposta che, come Museo, abbiamo rivolto ad amici e conoscenti, semplicemente condividendo con loro l’opportunità di uno spazio, in un piccolo paese, con la sua comunità, all’interno di un Parco. La risposta è venuta da una serie di architetti, designers e artisti che insieme a noi hanno avviato un percorso che ha portato al concretizzarsi di questo progetto dal nome evocativo sì, ma molto legato alla realtà. Infatti tutto nasce dalla caratteristica geologica della Valmarecchia, formata da “zattere” di calcare che scivolano verso est, appoggiate su argille che fanno da nastro trasportatore. Questa caratteristica ambientale ci permetteva di confrontarci con scale di tempo e spazio alle quali solitamente l’uomo non è abituato ma che sono importanti per capire le dinamiche del pianeta terra, il suo cambiamento.

Raccontare di montagne che navigano richiede capacità narrativa ed evocativa e per questo abbiamo deciso di rivolgere una call internazionale che ha portato qui giovani da tutto il mondo a sviluppare progetti di arte, di design e di intervento nello spazio pubblico. Il progetto è stato realizzato assieme al Festival Artisti in Piazza, alla Pro Loco di Pennabilli e a MEDS, Meeting Europeo of Design Students.

Più vi ascolto e più sento quanto vi sta cuore tenere in vita anche le antiche tradizioni. Puoi spiegare al nostro pubblico che cosa si fa durante i laboratori di “Dialettario”?

Dialettario è stato un progetto che abbiamo realizzato con l’Associazione Tonino Guerra e che ha invitato bambini e ragazzi a giocare con le parole. Grazie al coinvolgimento di musicisti e artisti abbiamo proposto loro diverse attività basate sulla collezione di parole dialettali e sulla loro interpretazione visiva e sonora. Per ragionare sul rapporto tra parola e morfologia dei luoghi abbiamo costruito alfabeti basati sulle forme del paesaggio, abbiamo giocato con i soprannomi e costruito erbari fantastici, abbiamo creato immagini, suoni e oggetti. Ma soprattutto abbiamo anticipato il dialetto del futuro. Ovviamente si fa per dire, ma le parole e le frasi costruite con le sonorità che bambini e ragazzi hanno dentro grazie al sentire il dialetto dei nonni o nelle sempre più rare occasioni, ci ha permesso di immaginare l’evoluzione di questa lingua. Non si è trattato dunque di soffermarsi sulla grammatica o sulla correttezza delle frasi, ma piuttosto di riflettere su un patrimonio immateriale, in continua evoluzione e soprattutto in pericolo tanto quanto i patrimoni materiali che vediamo sbriciolarsi nelle nostre valli.

C’è un progetto che vi sta particolarmente a cuore e che vorreste raccontare al nostro pubblico, oppure qualcosa che magari vorreste realizzare in breve e che potrebbe essere una grande novità per il vostro centro educativo e per il nostro territorio?

Beh, un progetto che ci sta particolarmente a cuore è Selvatica.

Da 5 anni facciamo esperienza della natura con bambini e ragazzi, dai 6 ai 12 anni. È un’occasione per sperimentare davvero le potenzialità educative di luoghi selvatici, che a volte richiedono fatica, molta attenzione e concentrazione ma che offrono opportunità incredibili di soddisfare curiosità e di misurarsi con sé stessi e gli altri. Grazie a “Selvatica” i bambini e le loro famiglie hanno avuto modo di crescere assieme a noi. Ci sentiamo un grande gruppo di amici, dove ognuno porta le proprie capacità ma anche le proprie debolezze, per metterle a disposizione di una crescita comune.

Con Selvatica esploriamo boschi, grotte, cime dolomitiche e lagune, non ci spaventiamo della neve e della pioggia né di tanti km in salita, dormiamo all’aperto, condividiamo il cibo e le attività necessarie al benessere di ognuno, ma soprattutto sperimentiamo momenti di vita assieme e pratiche democratiche di confronto e scelta comune.

Nel breve ci piacerebbe fare molte cose, ci sono molte idee in cantiere costruite assieme a colleghi ed amici. Sicuramente vorremmo mettere energia sul “Rifugio Casa del Re”, una struttura ricettiva che ci vede impegnati soprattutto come liberi professionisti ma che include Chiocciola la casa del nomade nelle attività educative e nel lavoro di relazione con i territori del Parco. Lo spazio si trova nella Riserva Toscana ai piedi del Sasso Simone ed è stato concepito come un “rifugio culturale”, un luogo di incontro dove gli ospiti sono abitanti e dove possono scambiare idee, esperienze e dare vita a nuove progettualità.


Roberto Sartor e Irene Valenti
Dopo diversi anni di progetti educativi e culturali in giro per l’Italia e all’estero, approdano a Pennabilli dove danno vita a Chiocciola la casa del nomade. Oggi l’associazione è un gruppo di giovani che, nella scelta di vivere e lavorare nell’Appennino, sperimentano un modello di sviluppo locale attraverso attività di apprendimento e di relazione con il mondo.

Per maggiori informazioni: info@chiocciolalacasadelnomade.it
www.chiocciolalacasadelnomade.it


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