Il medico veterinario, una professione al bivio

Il medico veterinario, una professione al bivio

David Satanassi, medico veterinario, ci racconta come cura gli animali secondo le leggi di Madre Natura

Il medico veterinario oggi è una professione estremamente in crisi, molto più di quella dei medici tradizionali. Lo storico che precede le due professioni è ampiamente diviso.

Il rapido cambiamento delle istanze della vita moderna ha colto impreparata una professione che proveniva da una esperienza agreste, volta a risolvere problemi concernenti la salute animale in senso economico, di sussistenza o di ordine sanitario.

La crisi del veterinario

Oggi il ruolo del veterinario che cura gli animali cosiddetti “di compagnia” è completamente mutato: il maggior interesse dell’uomo nei confronti dell’animale, nel coglierne aspetti empatici, ha creato un senso di impreparazione della classe veterinaria, verificabile con dati allarmanti come ad esempio il più alto tasso di suicidio della classe sanitaria.

L’impreparazione nasce da due punti salienti: il primo è legato a una figura veterinaria di uno scenario che non esiste più, cioè quella rurale e di periferia, dove la condizione di dipendenza nei confronti dell’animale stesso non aveva raggiunto i livelli odierni. Un tempo l’animale era considerato per le sue capacità di fornire cibo o aiutare nella vita agreste; questa immagine è stata sostituita da una visione relazionale emotiva.

Il secondo motivo è legato alla differenza tra essere veterinari a favore della salute animale e del suo benessere oppure andare a costituire un’ulteriore frangia di sfruttamento della salute animale. La medicina veterinaria diventa fonte di sussistenza per l’uomo, ben lontana dalla cura della salute stessa. Quindi il veterinario, diviso tra l’idea della propria sussistenza e quella legata alla salute animale, è caduto in una crisi dalla quale pare non rialzarsi, pena la mercificazione di una professione alla quale potrebbe essere affidato un compito importantissimo.

Il veterinario in erba pensa, attraverso uno slancio emotivo, di curare rispettando la natura animale ma la filosofia meccanicista applicata su di un essere non comunicante, impedisce di creare un linguaggio medico che glielo permetta. Possiamo concludere asserendo che l’umanizzazione del rapporto uomo-animale abbia inesorabilmente portato alla umanizzazione della medicina veterinaria, ancora troppo omologata all’antropocentrismo.

Cambiare punto di vista: l’autenticità

Siamo a un bivio: la figura del veterinario oggi può finalmente riscattarsi attraverso la propria autenticità e rivendicare le prerogative animali che abbiamo perduto.

L’autenticità sta nell’osservare con occhi diversi la realtà, in primis la maggior salute animale, quella descritta in “Anima animale“, saggio di zooantropologia sul perché gli animali si ammalino a contatto con l’uomo.

Su questo assioma andrebbe creato il concetto di salute globale, a partire dalla salute emotiva: dall’autenticità nel mostrare le emozioni alla voglia di vivere pienamente.

L’omologazione è contraria alla biodiversità e ciò è avvenuto non solo sul piano sociale ma anche su quello zooantropologico: si esclude così la possibilità di scambio e di comprensione. Oggi il veterinario ha una occasione aurea: quella di reinterpretare il significato di salute dell’animale, divenuto domestico per assecondare una richiesta d’aiuto dell’essere umano.

Se il veterinario riuscisse in questo compito, con una mossa di profonda critica e di rivendicazione, si aprirebbero nuovi orizzonti a una disciplina che oggi è priva di una etica e di una filosofia.

Il veterinario naturalista: la nuova frontiera

Il veterinario dev’essere un naturalista: solo a queste condizioni potrà superare il senso di frustrazione e di non appartenenza che lo coglie impreparato a un ruolo che, a tal punto, diverrebbe uno “status” se fosse sostenitore e rappresentante di un percorso di salute, a partire dall’osservazione di quello animale. È in questo contesto di naturalismo scientifico, dove la malattia è solo l’espressione di un perturbamento dell’origine biologica dell’animale, che ci può indicare una nuova via di salute.

I tempi sono maturi per questo cambiamento perché l’omologazione della medicina veterinaria alla scienza umana, è divenuta fraudolenta e ha sostituito la salute con il fallimento di una spesa sanitaria che non corrisponde a un aumento di salute. Non vi è più un luogo di pace e di salute nel quale non echeggi il ricatto della precarietà della vita, come preludio alla malattia e alla morte. La scienza medica ha essa stessa fallito per un motivo ben preciso. La scienza moderna è nata per l’esigenza di dare risposte tangibili, in un periodo fatto di credenze e di rituali magici. Una risposta concreta basata sulla conta delle probabilità. La troppa rigidità dei protocolli sperimentali, per permettere la riproducibilità del fenomeno stesso, ha estraniato dalla sperimentazione l’individualità del singolo, falsando il metodo sperimentale. Per questo motivo, il 50% degli effetti collaterali del farmaco non è noto in chiave sperimentale. Cosa si è verificato? Troppa matematica, troppo meccanicismo, che hanno portato alla trasformazione dell’essere umano in una macchina, dividendolo in parti distinte e separate tra loro.

La scienza veterinaria in chiave olistica

Cosa voglio dire? Che l’essere vivente necessita di una osservazione personalizzata e la forma che si avvicina a questa necessità è l’olismo. La natura si esprime attraverso un linguaggio universale, che è quello dei sintomi: i sintomi sono sempre portatori di significato. Credere che siano frutto del caso è stato il tentativo di spiegare in maniera meccanicistica la realtà, ma è fallito. Oggi occorre restituire l’anima a tutte le cose.

In veterinaria, il metodo di cura dovrebbe essere, a maggior ragione, un metodo di cura rispettoso, che persegue uno stato di salute primordiale già presente nell’essere animale. Per questo il veterinario dovrebbe essere un naturalista e dovrebbe usare soprattutto cure hyppocratiche, rispettose del suo paradigma.

Mi auguro che queste osservazioni vengano colte come motivo di crescita e di conoscenza. Sono frutto di osservazioni partite dalla rinuncia e contemporaneamente dalla riscoperta di un modo diverso di vedere le cose, più vicino alle leggi della Natura. Spero di lasciare un monito che possa ispirare anche i più scettici: la natura è come un’amante che abbiamo tradito, per timore che essa stessa lo avesse fatto, a seguito della nostra malafede. Nella realtà essa ci ha costantemente dimostrato, con coraggio e coerenza, di averci sempre amati.


Scritto da David Satanassi

Chi è David Satanassi

David Satanassi è medico veterinario, omeopata, bioeticista, ricercatore indipendente. Nasce nel 1964 a Sarsina. La giovinezza vissuta nel mondo agreste gli ha fornito i mezzi per affrancare una consapevolezza e quel senso del giusto proveniente dalla natura. Dopo la laurea lascia prima Bologna e poi Rimini, per ritirarsi in solitudine in un borgo disabitato in cima all’appennino romagnolo, senza contaminazioni e a contatto diretto con la natura, per raggiungere gli obiettivi della sua indagine riguardanti la natura, la salute, il senso della malattia. Nel 2008 pubblica Anima animale, un saggio di zooantropologia sul significato e il perché gli animali si ammalino a contatto con l’uomo. L’incontro con l’olismo lo porta a rimettere in discussione gran parte dei costrutti scientifici. Il rapporto con la natura, sviluppato in tenera età, lo caratterizzerà per il resto della vita. Il grande interesse per gli animali, come testimoni di esistenza legata a un’origine, continuerà ad affascinarlo fino a dare un senso compiuto a questi sentimenti, prima attraverso l’osservazione e poi attraverso esperienze pratiche. Si iscrive alla scuola di omeopatia unicista nel 1996: nel 2000 scopre Hamer e ne diviene un sostenitore, confermando come le cinque leggi biologiche siano corrette da ogni profilo scientifico e siano un metodo diagnostico ineccepibile. Consegue anche un diploma di Bioetica nel 2008, per compendiare i suoi studi nell’ambito della epistemologia ed etica della scienza. La sua ricerca multidisciplinare, l’approfondimento di tematiche, l’attenta valutazione critica di ogni scelta come di ogni dottrina, lo hanno condotto a maturare una conoscenza in campo medico tale da accettare ogni sapere a favore di un possibilismo molto costruttivo, sul piano etico, personale e professionale.


 

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