La scuola nel bosco a Quarto: quando la prima maestra è la Natura

La scuola nel bosco a Quarto: quando la prima maestra è la Natura

Ho sentito parlare di una scuola molto particolare, che ravviva i boschi delle prime colline di Quarto, un piccolo paesino vicino Sarsina.

Sono andata a visitarla e, per un pomeriggio, ho desiderato tornare bambina, per poter ricominciare tutto da capo, proprio da lì, immersa nel bosco, abbracciata dalle radici e dalle fronde degli alberi, giocando libera con gli occhi al cielo, accesi di entusiasmo e curiosità.

Stringere la mano a Francesco Lanzarini, che mi ha accolto, è stato un grande onore: è una di quelle persone che non fa l’educatore, ma è educatore. Lo si percepisce dal tono di voce gentile, da come sorride ad ogni domanda, dal suo atteggiamento premuroso e dalla sua voglia di prendersi cura del mondo partendo proprio da chi ne ha più bisogno: i bambini.

Ciao Francesco, è un piacere essere qui, nella scuolina che hai creato. Già solo respirare l’aria fresca del bosco ed essere seduta su questo tronco di legno mi trasmette una bellissima energia. Sono molto curiosa ma prima di parlare della scuola, vorrei che mi parlassi di te. Cosa ti ha condotto qui?

Ciao Valentina, il mio è un percorso particolare che inizialmente non aveva nulla a che fare con il mondo dell’educazione (non avevo mai pensato di lavorarci). Però dopo essermi laureato in filosofia ci sono capitato dentro: centri estivi, servizi educativi e scuole sono state il mio primo banco di prova. E dopo un po’ ci ho preso gusto! Non avevo una formazione specifica, ma sono sempre stato molto curioso. Allora ho cominciato a leggere, leggere tantissimo, studiare da autodidatta e frequentare corsi. Anche se tutt’oggi credo che ciò che mi abbia insegnato di più sia stata l’esperienza sul campo e, dote a mio parere indispensabile di ogni educatore, l’intuito. Sì, perché davanti hai essere umani che, anche se piccoli, cambiano in continuazione.

Non esistono delle vere e proprie formule magiche o modi di comportarsi con i bambini: c’è invece l’istinto, l’intuizione e la sensibilità di sentire ciò che accade e di intervenire in base a quello. Penso che sia questa la ricetta per essere un bravo educatore, o almeno mi piace pensarlo.

La vostra è una scuola del tutto diversa da quella che la maggior parte delle persone si immagina. Perché ti sei discostato dal mondo dell’educazione canonico?  

Dopo diverse esperienze, in tante scuole, a un certo punto però ho sentito che l’educazione classica mi andava stretta: ne ho iniziato a percepire i difetti, i limiti e soprattutto vedevo ogni giorno gli effetti negativi che la troppa scolarizzazione aveva sui ragazzi.

Conoscere giovani di 14 anni totalmente disorientati, che non sanno cosa vogliono dal loro futuro – o ancora peggio non hanno alcun interesse – quando ti aspetteresti di vederli sbocciare, pieni di passione e desideri, entusiasti nei confronti della vita che li aspetta, è per me sinonimo di un grande fallimento del sistema scolastico ed io non volevo più farne parte.

Alla ricerca di nuovi mondi educativi alternativi, ho conosciuto l’homeschooling, mi sono imbattuto nelle scuole nel bosco, in quelle libertarie, e ho incontrato tante persone che mi hanno dimostrato di avercela fatta, di aver realizzato il sogno di una nuova scuola.

E così, ispirato e pieno di entusiasmo, con una cara amica, Elisabetta Bernardi, anche per esigenza dei nostri figli, abbiamo creato un asilo nel bosco a Verucchio. Come prima esperienza è stata difficile, anche perché molto osteggiata politicamente, ma non ci siamo lasciati abbattere e dopo un primo anno come volontari, abbiamo trasformato la nostra Associazione culturale Il Delfino, nata qualche anno prima, in Associazione a Promozione Sociale, per promuovere stili di vita ecosostenibili e modelli educativi democratici, innovativi ed ecologici ispirati alla pedagogia del bosco e del selvatico.

E da Verucchio come sei arrivato qui a Quarto?  

Un incontro casuale – anche se sappiamo che il caso non esiste – con una persona speciale, Giacomo Boschi. È stato lui a dirmi che Quarto era pronta per accogliere una realtà simile a quella che avevamo creato, e che qui avrei trovato un’energia incredibile e tanto tanto supporto. E aveva pienamente ragione!

Quando sono partito, con l’aiuto di Valentina Pagliarani, artista che ha sempre lavorato nel mondo dell’educazione portando la sua unicità e la sua visione autentica, e di Giorgia Valmorri, artista relazionale, educatrice ed arteterapeuta, in pochissimo tempo tutto è esploso: c’era terreno fertile, c’erano persone con la voglia di credere in noi, c’era un buon dialogo amministrativo. Così, a gennaio 2020 è nato l’asilo nel bosco di Quarto, “Alberi nel cerchio magico”, per i bimbi tra i 3 e i 6 anni e subito dopo il progetto “Scuolina selvatica”, per quelli più grandi, dai 6 agli 11 anni.

Dai, raccontami una vostra giornata “tipo”?! Cosa fanno i bimbi durante il giorno qui?

La nostra giornata inizia sempre con un cerchio, forma che per noi è sacra.

Ci mettiamo seduti sui tronchi, immersi nel bosco, e d’inverno al centro accendiamo un piccolo fuoco. Ognuno prende il bastone della parola, con cui ha il diritto di esprimersi (e gli altri il dovere di ascoltarlo) e si parte con le condivisioni libere. Poi ci sono i canti, molto amati dai bambini, sia piccoli che grandi.

Dopo il cerchio c’è il momento delle decisioni: non esiste un programma prestabilito da seguire come accade a scuola ma si organizza la giornata in base alle attività proposte dai bambini stessi e dagli educatori, che vengono espresse liberamente e poi votate alla pari.

Per noi l’assemblea è uno degli strumenti principe: è come se fosse il governo. Qui hai la possibilità di esprimerti e di ascoltare, cooperando in modo autentico, scardinando le dinamiche dai concetti di potere o competizione. Chi sta nel cerchio decide, chi non sta nel cerchio non decide. perché la democrazia è partecipazione, giusto? Se vuoi costruire la giornata, partecipi e ascolti gli altri. In questo modo si insegna l’educazione alla cittadinanza attiva, si insegna a tutelare la propria opinione e quella degli altri.

E quali sono le attività proposte più ricorrenti alle quali vi dedicate?

Ogni volta c’è da sbizzarrirsi: falegnameria, intrecci con le piante, attività manuali, giochi con le corde, costruzioni di ponti tibetani, attività laboratoriali come pittura, disegno, attività musicali, laboratori teatrali, biblioteca o massaggi (inventata dai bambini, in cui si massaggiano l’un l’altro con oli e acque profumate). Poi ce n’è una che non manca mai: il gioco libero e di squadra.

E noi ne siamo felicissimi perché crediamo profondamente nel valore del gioco. Anzi, siamo certi che sia una terapia! Sai, alcuni bambini che venivano dalla scuola classica hanno dovuto fare quello che viene chiamato un processo di descolarizzazione: è come togliersi di dosso un vestito che ci è stato imposto (e spesso ci va stretto), e rimettersi a cercare qualcosa che ci calza, ci rappresenta. Un nuovo modo di indossare il mondo.

Ricominciare a giocare, a mettersi in gioco davvero, è il primo passo di questo processo. È molto difficile inizialmente, soprattutto perché oltre ai bambini, questo cambio d’abito devono farlo anche i genitori, liberandosi dalle ansie da prestazione che il figlio dovrebbe colmare, dalla competizione, il giudizio.

La vostra è una scuola nel bosco, quindi immagino che la maggior parte del tempo la passiate in natura. Quanto influisce questo sull’apprendimento dei bambini?

Il contatto con la natura è la base di tutta la nostra educazione. È lei la più grande maestra. Noi, in fondo, siamo solo accompagnatori.

I principi di pedagogia del bosco e di quella libertaria ci accompagnano fin dal principio: la natura è onnipresente, sia come osservazione, sia come relazione. “Libera immersione nel selvatico”, così viene definita.

Quando stai nella natura ogni giorno, per almeno un paio d’ore, succede qualcosa: l’armonia del bosco entra anche dentro di te. Ti senti connesso, in ascolto: vedi gli alberi che cooperano e capisci il valore del rispetto e della cura. In più c’è tanto spazio! E questo, sembrerebbe banale, ma dà la possibilità di vivere appieno le emozioni, anche le più prepotenti, come la rabbia, o quelle più profonde, come la voglia di stare soli a pensare.

Nel selvatico gli stimoli sono moltissimi! Niente a che vedere con un’aula (per quanto si possa esser bravi a costruire un bell’ambiente, l’autenticità della natura vince sempre). Nel bosco i materiali e gli oggetti che si possono trasformare sono tanti e diversi tra loro, così la curiosità aumenta e l’abilità, soprattutto quella manuale, la segue a ruota. Ma non solo, i bambini si rapportano con i cambiamenti della natura, che non sempre è gentile. Ad esempio, camminare nel fango dopo due settimane di pioggia è sicuramente frustrante ma aiuta la coordinazione, aumenta la tolleranza, sviluppa la resilienza e la capacità di resistere alle avversità. E rimpicciolisce la difficoltà, rendendola gestibile e a volte anche divertente. I bambini così allenano mente e corpo, imparando tramite la loro esperienza diretta.

Questo è un altro principio che guida la nostra educazione: l’autoapprendimento. Certo, è importante dare stimoli e offrire opportunità di crescita ma, secondo noi, è ancora più importante che i bambini imparino a tracciare il proprio percorso. Che siano loro a scegliere cosa apprendere, cosa imparare, rovesciando completamente l’idea di dover raggiungere obiettivi comuni già decisi entro un tempo prestabilito.

L’autoapprendimento inizia già da piccolissimi, se ci pensiamo nessuno ha insegnato a un neonato a camminare. C’è chi cammina prima, o dopo, e non per forza a nove mesi: tramite l’esperienza si impara per tentativi ed errori, che è il modo più naturale che esista di conoscere e crescere. Ogni bambino ha i suoi tempi e paradossalmente può leggere a 8 anni e non a 6 anni , perché è pronto a 8 anni (o prima non gli interessa a sufficienza). Ormai è stato dimostrato da tutte le scienze, anche da quella ufficiale: l’interesse è il primo veicolo di apprendimento.

Quando impari qualcosa diventa tua, la puoi usare come strumento nella vita, e quindi l’apprendimento senza motivazione o interesse diventa vuoto, puro nozionismo, qualcosa che ti dimentichi e non ti è servito a nulla.

Altro aspetto fondamentale nella pedagogia del bosco è l’idea del pericolo che diventa educazione al rischio. Un coltellino che viene dato a un bambino di 3 anni (cosa che qui succede spesso) è qualcosa che insegna un’abilità, una competenza che è sì motoria ma diventerà anche cognitiva. Pensa a un bimbo di 3 anni che impara a dosare la propria forza, a portare tutta la sua concentrazione su quello che sta facendo per evitare di farsi male, considerando le variabili attorno a sé, e ora immagina cosa potrà fare a 9-10 anni.

Noi crediamo che sia meglio imparare una cosa in meno, ma impararla da artefice del proprio percorso. Così si impara ad imparare: senza imposizioni, spinti dalla voglia e dall’interesse di scoperta, di approfondimento. I livelli di competenza e conoscenza che si raggiungono sono altissimi, proprio perché viene concessa quella libertà – e la fiducia – di esplorare il mondo seguendo la propria inclinazione.

Intervista a Francesco Lanzarini, a cura di Valentina Balestri (redazione Vivi Consapevole in Romagna)

Per contattare Francesco Lanzarini:

Email: ilboscodiquarto@gmail.com

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