Lunga vita al bambino che è in ognuno di noi

Lunga vita al bambino che è in ognuno di noi

Entusiasmo e curiosità: questi i segreti per restare giovani per sempre, che dobbiamo imparare a trasmettere ai nostri figli e a tutti i figli del mondo

Intervista a Efrem Satanassi, a cura di Valentina Balestri

Oggi vi raccontiamo di un uomo caparbio, saldo, un uomo coraggioso. Con un entusiasmo esplosivo che gli si legge negli occhi e in quel sorriso contagioso che si cela dietro i suoi grandi baffi bianchi. Vi raccontiamo di lui perché nonostante i suoi anni, la barba lunga e qualche increspatura sul viso, il suo cuore è quello di un fanciullo, vivo, appassionato, curioso e con ancora tanto da condividere. Efrem Satanassi è il maestro che avrei voluto avere a scuola, non solo un insegnante ma una vera e propria guida, audace e intrepida, in questo cammino tortuoso, a volte in salita, a volte in discesa, che è la vita.

Ciao Efrem, è un vero piacere essere qui con te. Vorrei partire subito con una domanda: c’è stato qualcosa, in particolare, che ha dato una svolta alla tua vita, conducendola verso il conseguimento della persona che sei ora?

Ciao Valentina, il piacere è mio! Sì, qualcosa c’è stato: è stata una scintilla che mi ha fatto capire di voler vivere in mezzo alla natura, quassù nei boschi. Sai la vita a volte ti manda messaggi nei modi più svariati, sta a noi saperli cogliere. Uno di questi segnali mi è arrivato quando avevo 10 anni, durante la seconda guerra mondiale, quando fummo costretti a sfollare dal nostro paese, Sarsina, e andammo a vivere per qualche mese in una località non molto distante, anche se culturalmente sembrava di essere all’altro capo del mondo.
Al tempo, Sarsina, aveva tutti i difetti del paese e tutte le imperfezioni della città, ma bastava spostarsi di pochissimi chilometri verso la campagna e il mondo era completamente diverso, e per me, che lo guardavo con gli occhi di un bambino, era affascinante e nuovo. Anche le persone erano diverse, più semplici, buone, gentili, sorridenti, nonostante i tempi durissimi.
Ricordo il mio arrivo alla “Goiba”, nel comune di Mercato Saraceno, e ancora mi vengono gli occhi lucidi se penso all’ospitalità inaspettata che trovammo: contadini, mezzadri, braccianti che ci hanno aperto le loro porte come fossimo fratelli. Stetti lì per 5 mesi, che sembrano pochi, ma quando sei un bambino la durata non conta perché il tempo biologico è talmente forte e denso a quell’età che supera di gran lunga lo stesso periodo trascorso a 50 o 60 anni. È stata quella l’esperienza che mi ha cambiato profondamente, facendomi innamorare della semplicità della vita di campagna e della natura in tutta la sua meraviglia.
Poi, finita la guerra, siamo tornati a Sarsina e sono cresciuto, ho studiato come autodidatta – eravamo molto poveri – e dopo il diploma sono diventato maestro di scuola. Ma nonostante tutto, la mia aspirazione era la terra: volevo un luogo in cui vivere in pace, dove esercitare le mie potenzialità creative, artistiche, manuali e raggiungere un’autosufficienza il più naturale possibile.

Avere questo sogno non era facile, mio padre non aveva orecchie per certi discorsi e mi ripeteva: «Ma come Efrem, uno come te che si è fatto da solo, che potrebbe girare in paese con la cravatta a testa alta, vuole andare a vivere nascosto tra i lupi, confinato in quei posti che sono abbandonati dai contadini stessi?». La mia risposta era sempre la stessa: sì!
E poi i puntini si sono uniti, e la vita si è messa in fila: sono finalmente riuscito, con mia moglie Carla, ad acquistare un podere abbandonato immerso nei boschi a Quarto di Sarsina, in cima a una collina, senza acqua, luce, telefono, riscaldamento, non c’era neanche la strada per raggiungerlo. All’inizio è stato difficilissimo, in paese mi avevano iniziato a chiamare “Efrem il Matto” ma eravamo felici e da quella felicità sono nati tre meravigliosi bambini che hanno saputo onorare questa terra e trasformarla in una realtà splendente che oggi è Remedia, che onora la bellezza della natura, le piante e i fiori ogni giorno, della quale vado molto orgoglioso.

È incredibile come le scelte di più di mezzo secolo fa, abbiano contribuito in modo così determinante a un disegno più grande, un presente incantevole e pieno di speranza per il futuro. E poi, un altro tassello. Trent’anni or sono venne da me un signore e mi disse: «Efrem, io vendo la Goiba». Non me lo sono fatto ripetere due volte e con mia moglie ci siamo trasferiti lì, in quello stesso luogo che mi aveva dato ristoro e protezione tanti anni prima.

Questa scelta rivoluzionaria, come ha influenzato la tua vita?

Primo tra tutto, sono diventato un maestro migliore, un insegnante con una nuova visione, perché quella stessa rivoluzione che avevo sposato nella vita, sono riuscito a portarla anche sui banchi di scuola. Ho iniziato a riflettere sull’importanza dell’esperienza, del “toccare con mano” e di tutto ciò che il mondo, anche fuori dall’aula, poteva offrire. Così la mia educazione pedagogica e didattica ha virato verso una nuova forma di insegnamento, più reale e meno accademica, più diretta e centrata sul bambino e sulla sperimentazione anziché sui libri o sui programmi di scuola imposti dal sistema scolastico. Detto oggi sembra scontato, ma al tempo fu veramente uno stravolgimento!

Il mio approccio si basava su un’unica grande volontà: lasciare al bambino il privilegio di essere un bambino, e non un adulto che ancora non è cresciuto. Sì, perché il bambino non è un uomo imperfetto: è qualitativamente diverso dall’adulto, ha occhi diversi, pensieri diversi, un modo di apprendere unico, un linguaggio tutto suo, problemi e difficoltà che sembrano minuzie pensate da noi “grandi” ma che per lui sono immense e insormontabili. Un bambino gioisce per cose che per noi sono banali, si emoziona alla vista di una formica che solleva una mollica di pane o si incanta davanti alle foglie che ballano col vento. Ed è in questo stupore che sta la sua grandezza.

Nostro compito non è affrettare la sua crescita ma accendere la sua curiosità, cosicché la sua evoluzione personale verrà di conseguenza.

Lasciare ai bambini la loro fanciullezza significa far sì che sviluppino un’autonomia funzionale, perché se è vero che il bambino ha dei bisogni, è altrettanto vero che ha anche i mezzi per poterli soddisfare.

La mia non è stata scuola, era vita, ispirata a un principio cardine: a misura di bambino e dei suoi talenti innati. E quella vita ti rimaneva addosso, ti rimanevano addosso i profumi, i sapori, le stelle, il vento, il mare, il sole, la saggezza delle montagne.

E così il programma non era più deciso durante le riunioni con gli altri insegnanti, ma il programma era Piero, era Sara, era Giancarlo, era Maria. Una scuola senza compiti a casa, senza voti, senza pagelle, senza giudizi. Una scuola dove c’è appoggio nella correzione dell’errore ma con l’approccio di una guida e non di un giudice, dove la pazienza è la forma più grande di supporto e comprensione. In questo modo il bambino si afferma, a suo tempo, a suo modo e diviene sorgente, una sorgente di creatività che grazie alla scuola può essere stimolata e incoraggiata. E questa è l’istruzione che sogno ancora, anche se da anni non prendo più in mano un registro.

Una nuova educazione, fatta di passi, al ritmo e alla velocità di ogni allievo, in cui il maestro diventa molto più che un insegnante: diventa uno stimolatore in un ambiente di grande effervescenza, dove il dinamismo va protetto, perché al bambino piace fare, e se gli si lascia spazio e tempo, sarà lui a scegliere con naturalezza ciò che più lo gratificherà. La lettura, ad esempio, dovrebbe essere personalizzata: dimentichiamoci il comando “aprite tutti il testo a pagina 20 e iniziate a leggere” e sostituiamolo con il dono del libro più adatto alle necessità del bambino e di ciò che più gli interessa, che più lo rappresenta; un libro di erboristeria per chi ama le piante, uno di animali per chi diventerà veterinario, un libro di agricoltura per chi vuol fare il contadino, un libro di stelle per chi diventerà astronauta.

Ancora oggi alcuni miei vecchi studenti vengono da me a dirmi che ciò che abbiamo fatto ormai sessant’anni fa, lo portano ancora nel cuore, e quanto li abbia cambiati e aiutati a diventare gli adulti che sono oggi.

Sai Efrem, le tue parole mi emozionano… E credo che tutto ciò non debba valere solo per i bambini, ma anche per gli adulti. Pertanto ti faccio un’ultima domanda: qual è il consiglio che puoi darci, per proteggere il bambino che vive in ognuno di noi?

Far vincere l’entusiasmo, che ci pulsa dentro, sempre.

Ce l’abbiamo tutti, perché è innato ed è parte integrante dell’infanzia. Forse alcuni si sono dimenticati cosa significa entusiasmarsi, ma il segreto per rimanere bambini sta proprio in questo.

L’entusiasmo è la nostra ricchezza più grande, è ciò che fa ci vedere la bellezza, ciò che ci rende vivi. L’entusiasmo è energia di comunicazione e ci rende convincenti perché questa carica, questa passione sa contagiare le emozioni anche di chi ci è accanto. Rimani entusiasta e rimarrai fanciullo per sempre! E se imparerai a regalarlo, questo entusiasmo, proteggerai non solo il bambino o la bambina che è in te, ma anche tutti i bambini del mondo.


Efrem Satanassi
Romagnolo purosangue, narratore e saggista, docente rivoluzionario, ha fatto della sua terra l’universo della propria ispirazione poetica e della propria ricerca culturale. Tra i suoi libri più famosi: Maestro in campagna. Scuola e vita del bambino di una volta, Le stagioni del Bronco, Il sogno di Doro.
Per contattarlo: info@remediaerbe.it

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