Pagelle di fine anno: i voti ai figli sono voti a noi genitori!

Pagelle di fine anno: i voti ai figli sono voti a noi genitori!

Come è stata vissuta la Didattica a Distanza (DAD) dalle famiglie italiane? Come mai le modalità di valutazione e giudizio sono rimaste le stesse malgrado la situazione emergenziale? Quali conseguenze ha avuto sull’apprendimento di bambini e ragazzi il modo in cui questa metodologia didattica è stata applicata? Sono questi i temi e gli spunti di riflessione sollevati da Marianna Gualazzi, giornalista e madre di tre figli, in questo lungo articolo di condivisione e supporto a tutti genitori, bambini, ragazzi e docenti

Autore: Marianna Gualazzi

Ho tre figli: 4, 8 e 11 anni. I due più grandi hanno frequentato quest’anno rispettivamente la seconda e la quinta elementare. Ieri sono arrivate le pagelle, quando le ho aperte ho constatato con rabbia e rammarico che i documenti di valutazione avevano la stessa impostazione di sempre: voti numerici e quel giudizio finale composto raffazzonando frasi fatte, così triste e stereotipato che la lettura del verbale di furto del mio portafoglio scritto dall’appuntato dei Carabinieri l’altro ieri, al confronto, sembrava Leopardi.

Guardo le pagelle e mi chiedo quale sia il reale significato di quei numeri e quelle parole: a chi si riferiscono? Cosa e chi vogliono valutare e misurare?

Quei voti e quel giudizio non sono in realtà riferiti ai bambini e ai ragazzi, ma a noi genitori e rappresentano l’ultima di una lunga serie di ingiustizie, abusi e violazioni commessi in questi mesi di emergenza sanitaria legata al COVID-19 nei confronti delle famiglie.

Oltre al danno della scuola chiusa e di dover fare da insegnanti ai nostri figli ora, con le pagelle, subiamo la beffa finale: quella di essere giudicati come insegnanti dei nostri figli da quella stessa istituzione che avrebbe dovuto istruirli, la scuola.


«Mia figlia era entusiasta alle prime live: dalla seconda settimana ha perso completamente interesse. La trovavo alla scrivania a ritagliare piccolissimi pezzetti di carta mentre la maestra di storia spiegava la lezione»

Marinella, mamma di Giada, terza elementare


È possibile fare da casa 450 ore di scuola?

Ma vediamo perché questi voti e questi giudizi non sono riferiti ai ragazzi, ma alle famiglie. Nella regione in cui vivo – l’Emilia Romagna – la scuola è stata chiusa il 23 febbraio. Facendo un piccolo e rapido conto, da allora i miei figli hanno perso circa 15 settimane di scuola che, per un tempo scuola di 30 ore a settimana, corrispondono a circa 450 ore di scuola perse.

Il circolo didattico a cui appartiene il plesso da loro frequentato si è attivato con una piattaforma per la gestione delle attività didattiche e delle lezioni in presenza tra bambini e docenti il 20 aprile. Dal 20 aprile al 5 giugno – 7 settimane – i miei figli hanno avuto una media di 4 ore a settimana di “live”, ovvero quei momenti in cui incontravano i maestri dal vivo, per un totale di circa 28 ore.

Durante i mesi in cui la scuola è stata chiusa, quindi, i miei figli hanno interagito direttamente con i loro insegnanti per il 6% (28 ore su 450) del tempo previsto dal normale calendario scolastico per la scuola elementare. E già questo dato – che è, ricordo, riferito alla mia personale esperienza, ma che sono certa sia rappresentativo della situazione generale – basterebbe per dare una stroncatura generale alla DAD, la famigerata didattica a distanza che a mio avviso non è degna di chiamarsi tale.

Siccome quella che abbiamo vissuto negli ultimi tre mesi e mezzo – praticamente tutto il secondo quadrimestre – non solo non è scuola, ma è pure dannosa, come mai le modalità di giudizio sono rimaste le stesse?


«Quando facciamo le live mi viene un gran mal di testa: non si riesce a sentire, non si riesce a parlare, non ci capisco proprio niente»

Pietro, quarta elementare


Tu chiamala, se vuoi, DAD

Vediamo ora che cosa è stata la DAD e come è stata vissuta dalle famiglie italiane. Per la maggior parte degli alunni della scuola elementare la didattica a distanza è stata – per il primo mese e mezzo circa di chiusura delle scuole – una somministrazione di compiti.

I compiti sono stati inviati alle famiglie prima sui gruppi whatsapp delle rispettive classi – studia da qui a qui, fai gli esercizi della tal pagina, scrivi il testo per la festa del papà – spesso in giorni diversi a seconda degli insegnanti. Poi gli insegnanti hanno iniziato a caricarli sul registro elettronico. Da aprile sulle varie piattaforme di e-learning scelte dai circoli didattici.

Le discrepanze da insegnante a insegnante e da classe a classe nella modulazione della didattica si sono, a questo punto, intensificate: c’è stato chi ha continuato a caricare le immagini delle fotocopie storte fatte con il telefonino; chi ha caricato video “carini e divertenti” presi dai vari social; chi voleva che gli elaborati venissero rimandati via mail, chi sulle board della piattaforma, chi nella chat dell’aula. Alcuni insegnanti caricavano i compiti il lunedì mattina, altri il lunedì sera, altri il mercoledì per quello successivo.

Poi sono arrivate le live: impossibile avere un calendario chiaro che non variasse di settimana in settimana per orario e materie, in un delirio e in una frammentazione comunicativa che ha messo alla prova tutti i genitori, anche i più preparati, ovvero coloro che avevano tempo e risorse da mettere a disposizione dei figli in un momento così delicato.


«Vi dico come la penso: per me le live possono farle la mattina, il pomeriggio o la sera… che le facciano quando vogliono. Tanto i bambini hanno perso ogni interesse per la scuola»

Commento di Luigi, papà di Domenico, nella chat di classe sulla proposta degli orari delle live


Finire il programma: una corsa contro il tempo e contro il buonsenso

E coloro che non avevano tempo (ricordo che il tempo scuola medio per le elementari è pari a 30 ore a settimana per ogni figlio e che la maggior parte delle persone durante l’emergenza COVID-19 ha continuato a lavorare), capacità (una diploma o una laurea) e strumenti (linea internet veloce, pc al posto di tablet o telefonino) come hanno fatto? Semplicemente non hanno fatto: non hanno potuto seguire i bambini.

I nostri figli sono rimasti in balia di loro stessi per quanto riguarda il percorso scolastico in un momento in cui, oltre alla scuola, avevano perso tutto il resto, anche la possibilità di uscire a prendere una boccata d’aria, cosa sempre concessa peraltro ai cani e ai loro padroni.

I miei figli sono partiti con impegno: le primissime settimane a casa erano motivati e autonomi come sono sempre stati, avevano bisogno della nostra supervisione, ma andavano da soli, anche perché in quel primo periodo – in cui tutti abbiamo pensato che la scuola avrebbe riaperto i battenti, male che potesse andare, dopo Pasqua – gli insegnanti non sono andati particolarmente avanti con il programma.

Poi tutti (genitori, insegnanti, bambini) abbiamo capito che avremmo finito l’anno a casa e i maestri – soprattutto quelli delle classi di fine ciclo, ovvero quinta elementare e terza media – sono stati presi dall’ansia e dalla frenesia di dover completare il programma ministeriale.

Faccio un esempio. Giulio, che ha frequentato la quinta elementare, dal 10 aprile ha affrontato, solo per italiano, i seguenti nuovi argomenti: condizionale, congiuntivo, imperativo, infinito, gerundio, participio, verbi attivi e passivi, frasi attive e passive, verbi riflessivi propri e impropri, analisi logica, ripasso dell’analisi grammaticale, composizione di un testo giornalistico, testo poetico e parafrasi, testo descrittivo. In geografia ha studiato da solo, durante il lockdown, tutte le regioni italiane. Tutto questo vedendo in presenza – durante le live on line – la maestra titolare di queste materie per circa 14 ore, indicativamente quelle che avrebbe trascorso insieme a lei in una settimana di scuola.


«Lucio non lo riconosco più: era autonomo e appassionato, mai che gli dovessi dire di mettersi al compito. Ora non riusciamo a stare in pari: piange ogni volta che gli nomino il compito»

Vittoria, mamma di Lucio, seconda elementare


Gli ultimi saranno ancora più ultimi

In questo scenario ben presto i bambini e i genitori non ce l’hanno più fatta e la DAD è stata la cartina tornasole di un sistema scolastico che già in presenza aveva mostrato grossi limiti – di cui parleremo tra poco.

La situazione emergenziale ha portato a un massimo livello di estremizzazione l’annosa questione sull’opportunità e l’efficacia dei compiti a casa sottolineata da tanti pedagogisti, tra cui Daniele Novara, il quale da anni denuncia come i «compiti esercitativi stanno trasformando indebitamente le famiglie in un doposcuola». In questo caso ai compiti si sono aggiunti il completamento del programma ministeriale e le scuole chiuse e le famiglie si sono trasformate da doposcuola nella scuola stessa.

Risultato? Una parte di chi eccelleva – magari perché da sempre seguito e supportato dalla famiglia, e anche su questo ci sarebbe da aprire un enorme dibattito – ha continuato ad eccellere.

Altre eccellenze, non trovando nel confronto continuo e proficuo con il gruppo quella linfa vitale che permettesse loro di indirizzare e condividere con gli altri le competenze e le conoscenze al di sopra della media, si sono spente, perdendo completamente l’interesse nei confronti dell’apprendimento. Quelli che andavano benino hanno sicuramente perso terreno. Quelli per i quali, per svantaggio sociale, linguistico, di apprendimento o cognitivo, la scuola era un faro e un’ancora sono stati letteralmente abbandonati.

Questa situazione ha causato nelle famiglie un senso di profonda inadeguatezza, frustrazione e stress: di fronte a quei voti che non sappiamo come siano stati dati – qualcuno si è degnato di spiegarci quali sono stati i criteri di valutazione scelti? È accaduto a pochi, eppure qualche voce autorevole sul tema si era levata – e davanti a quel giudizio che etichetta la maggior parte dei bambini come “poco e scarsamente partecipi alla DAD e soprattutto alle live”, noi genitori ci siamo, ovviamente, sentiti giudicati colpevoli di non avere dato loro un’adeguata istruzione proprio da quella istituzione che avrebbe dovuto istruirli.

Entrambi i miei figli si sono mostrati insofferenti alle famosissime “live”, quel pugno di ore che bambini e insegnanti trascorrevano online in presenza, solitamente in orari che andavano dalle 16 alle 17 quando andava bene, o dalle 18 alle 19 passate quando andava male: e spesso andava male. Non ci vuole la scala per capire che trovarsi con 20 bambini e oltre alle sei di sera per fare una lezione frontale di storia o geometria non sia proprio il massimo per averli nel pieno della loro attenzione.

Mamma voglio sbattere la testa sulla scrivania

Ma non si poteva fare diversamente, perché la mattina i genitori lavorano e i bambini delle elementari, per fare le live, hanno bisogno dell’aiuto di un adulto perché il computer può perdere la connessione, perché possono inavvertitamente cambiare visualizzazione della piattaforma e non vedere più i compagni, o perché sono entrati – causa pandemia, lockdown e conseguente perdita di tutti i punti di riferimento per la socializzazione fondamentali alla loro età – in uno stato di tale ansia che hanno un attacco di panico prima di ogni video lezione e il genitore deve trascorrere tutto il tempo della diretta di fianco a loro, inchiodato su una sedia fuori dall’inquadratura, a ripassare gli antichi romani.

E da quanto detto emergono già due criticità delle live: il fatto che per lo più siano state organizzate a classi intere e il fatto che richiedessero la presenza/assistenza costante di un genitore o comunque di un adulto.


«Non ce la facciamo a farli rimanere in pari, lavoriamo 40 ore a settimana e loro stanno con i nonni: siamo in una situazione disperata»

Paolo, papà di Martino, Teresa e Violetta, quinta, terza e prima elementare


Repetita iuvant?

Ma riflettiamo ora sull’opportunità di queste live, per come sono state pensate, condotte e utilizzate. Le lezioni on line sono state una replica delle lezioni in presenza, che già avevano i loro problemi, con l’aggravante di essere più scadenti, totalmente inefficaci, e noiose fino alla morte, come potrebbero facilmente testimoniare i nove milioni di studenti di ogni ordine e grado, se solo venisse loro posto un questionario di valutazione adatto alla loro età.

Durante le live gli studenti delle scuole elementari si sono sentiti per lo più leggere il libro di testo per quel che riguarda materie come storia o geografia, hanno corretto gli esercizi di grammatica, hanno svolto il problemino con il maestro di matematica e sono stati interrogati: il tutto come se fossero stati in classe.

È stata riproposta, senza alcun tipo di variazione, quella didattica frontale, basata sulla ripetizione dei concetti, portata avanti dalla maggior parte delle scuole e degli insegnanti, con rare eccezioni – trovare una buona classe con insegnanti illuminanti, capaci di portare reali e autentiche prospettive di futuro nella scuola è sempre, per il genitore italiano, una questione di “fortuna”.

E se di fronte all’ennesima cantilena della maestra che rinnova con infinito zelo gli affluenti di sinistra del Po anche il bambino più motivato in classe perde il suo slancio e inizia a riempire la quarta di copertina del suo quadernone di disegnini, durante la live la prassi è stata quella di spegnere la telecamera e andare a farsi un giro in cucina, chiedendo cosa si sarebbe mangiato a cena.

Certamente c’è un fondo di verità nel vecchio adagio latino del repetita iuvant, ma, dicono gli esperti, non se ne può fare un inattaccabile pilastro didattico, meno che mai nel XXI secolo. A questo punto tengo a precisare che credo nella scuola pubblica, credo che ci siano dei saperi dai quali non si possa prescindere, credo nell’impegno e nella disciplina intesa come dedizione, passione, costanza e applicazione. E credo – come tanti altri – che si possa cambiare la scuola senza demolirla, ma partendo dal tanto di buono che c’è “in potenza”, facendolo emergere.

La DAD non è una piattaforma

Così come una scuola all’avanguardia non è fatta da una LIM (lavagna interattiva multimediale) la DAD non può essere una piattaforma di e-learning: purtroppo così è stato.

Questo distanziamento forzato dai luoghi della scuola e dai modi in cui l’abbiamo sempre fatta poteva essere un’occasione per tirar fuori quelle risorse – spesso le migliori – che vengono a galla nelle situazioni di emergenza. L’occasione mancata è quella di aver dato vita a una scuola davvero resiliente, capace di modificare la didattica, l’offerta formativa, le finalità a seconda delle situazioni contingenti, anche le più gravose. Quello che abbiamo vissuto è stata la peggiore delle scuole possibili, un’immagine che neanche nel più angosciante dei nostri incubi orwelliani avrebbe trovato posto.

Lo sforzo enorme fatto da parte del Ministero dell’Istruzione è stato quello di dare a tutti un dispositivo su cui attivare le varie piattaforme e una connessione: con questo risultato alla mano è stato proclamato il successo della DAD che nei fatti, come abbiamo dimostrato, si è rivelata un totale fallimento. Non è stato fatto il passo successivo, quello fondamentale: mettere “gli esperti” a testa bassa per stilare in breve tempo delle idee guida (e volutamente non uso il termine linee guida) su come impostare la DAD. Qualcosina su questo c’è: lascio a lettore la valutazione sulla mezza paginetta presente nelle Prime indicazioni operative per le attività didattiche a distanza.


«Mi sono accorta che durante la lezione di italiano Filippo stava leggendo un libro per conto suo: non gli ho detto nulla perché mi rendo conto che in questa situazione non riesco a offrirgli quello di cui ha bisogno e mi dispiace. Ho pensato che quello che stava facendo in autonomia gli fosse più utile della lezione»

Erika, maestra di terza elementare


Come sarebbe potuta andare?

Ma in concreto, mi si dirà, cosa si poteva fare? A mio avviso molto rispetto a quanto è stato fatto:

1) si doveva rafforzare il patto educativo scuola e famiglie: queste ultime sono state coinvolte nei consigli di classe solo a fine maggio. Questi incontri dovevano essere programmati con maggiore frequenza a partire dalla terza settimana di chiusura delle scuole: sarebbe stato l’unico modo per comprendere le reali difficoltà delle famiglie e provare ad arginarle. Basta considerare i genitori come la palla al piede della scuola, come una pletora di individui lamentosi impegnati nel difendere a spada tratta l’onore dei propri figli. La nuova scuola deve partire anche e soprattutto dalle idee e dalle proposte dei bambini, dei ragazzi e delle loro famiglie;

2) si dovevano intensificare i collegi docenti di classe, di plesso e di circolo, in modo che dal confronto tra colleghi – e tra insegnanti e famiglie di cui sopra – potesse emergere il quadro reale dell’efficacia o meno del percorso intrapreso;

3) le lezioni on line dovevano essere fatte in piccoli gruppi (4/5 alunni al massimo): se è difficile mantenere l’attenzione di un’intera classe in presenza è impossibile farlo a distanza;

4) le lezioni on line dovevano essere fatte abolendo la didattica frontale e utilizzando altre metodologie didattiche e nuovi contesti di apprendimento;

5) si poteva dedicare un’ora al mese (meglio due) di confronto con ogni bambino e la sua famiglia per capire le difficoltà di ognuno, i suoi punti di forza e programmare insieme – genitori, insegnanti, alunno – un percorso didattico personalizzato (bastava poco: una ricerca su un argomento di interesse, capire come aiutarlo nello studio della materia in cui trovava maggiore difficoltà, motivarlo nella lettura di un libro);

6) si dovevano rivedere i programmi ministeriali di ogni classe, sollevando insegnanti e famiglie dalla spada di Damocle del doverli portare a termine. Ora ci troviamo nella situazione per cui i programmi sono stati terminati sulla carta, ma non nei fatti;

7) andavano eliminati i voti del secondo quadrimestre dalle pagelle: dovevano essere sostituiti da un giudizio esteso sull’alunno che evidenziasse i suoi punti di forza, quelli di debolezza, con un’indicazione personalizzata sulle attività da svolgere durante l’estate.

Di fronte a un lavoro impostato in questa maniera un aumento stipendiale richiesto dai docenti per la didattica a distanza sarebbe stato certamente motivato.


«Mi chiamava fino a sette volte al giorno in ufficio prima di ogni live, implorandomi di tornare a casa e starle vicino durante la lezione: è stato straziante»

Luca, papà di Ginevra


Settembre, andiamo è tempo di migrare

Durante i colloqui di fine anno che ho avuto con gli insegnanti dei miei figli mi sono sentita chiedere, per entrambi, come mai fossero così poco coinvolti dalle live. Ho rigirato loro la domanda e in alcuni casi si è sollevato un generoso moto di stizza: capisco la stanchezza, la frustrazione e la rassegnazione di un corpo docente anch’esso abbandonato, alla mercé di una tecnologia che ha svuotato il loro lavoro di ogni senso e significato.

Eppure a questi insegnanti voglio dire di alzare la testa, opporsi, rinnovarsi, trovare le forze per ripensare e riplasmare radicalmente quell’istituzione di cui tutti, ora più che mai, abbiamo un disperato bisogno. Serve un’autoanalisi e un’autovalutazione senza sconti dell’operato della classe insegnante in questo periodo emergenziale.

La scuola è finita ed è tempo di pensare a settembre. Purtroppo dal Ministero continuano ad arrivare le più bislacche proposte su pannelli di plexiglass, ingressi scaglionati, mascherine sì o no, centimetri di distanza.

La sensazione è quella di una politica aggrappata alla speranza – sempre l’ultima a morire – che a settembre miracolosamente tutto sparisca e si possa tornare a scuola “come prima”. Lo testimonia l’audizione alla camera di Agostino Miozzo, coordinatore di quel comitato tecnico scientifico che, come ha tenuto a precisare Miozzo all’inizio del suo discorso, ha lavorato pro bono per l’elaborazione delle linee guida al fine della (non) apertura delle scuole (leggi qui un bel commento sull’audizione). Viviamo nella politica della speranza, aspettando che qualcuno si prenda la responsabilità per la riapertura delle scuole mentre, nel frattempo, riaprono i parchi divertimento e tante altre amenità. Possiamo forse sperare di utilizzare gli spazi di Gardaland per la didattica all’aperto a settembre?

Un agghiacciante silenzicircola sulla DAD: se malauguratamente ci dovessimo trovare a vivere un nuovo lockdown, se la scuola tornasse a chiudere i battenti per settimane o mesi, cosa accadrebbe? C’è qualcuno che sta pensando a come far veramente funzionare la DAD, oppure no?
Il mio augurio è che in questi mesi si apra una discussione seria sulla scuola, e questo articolo vuole contribuire proprio a questo.

Nel frattempo mediterò sulla mia pagella di genitore, cercando di capire come posso fare per migliorare la mia didattica in geografia, materia in cui ho preso un voto piuttosto risicato: qualcuno ha qualche consiglio da darmi al riguardo?


Articolo gentilmente concesso dalla redazione di Italia che Cambia. Trovate la versione originale a questo link > Pagelle di fine anno: i voti ai figli sono voti a noi genitori

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